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domenica 12 luglio 2009

Vale pure per il traforo?


«Devono essere i cittadini di Verona a decidere su un’opera dal costo elevato, che stravolgerà la città e che rappresenta un impegno finanziario consistente che andrà a scapito di altre scelte. I cittadini decidono, l’amministrazione si adegua»

Flavio Tosi, maggio 2006, sulla Tramvia

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lunedì 22 giugno 2009

In discussione il divieto di respirare :)

Chi ha avuto il dubbio onore di vivere a Verona durante la spensierata amministrazione Tosi si sara' certamente accorto della comparsa, come funghi, di divieti e ingiunzioni. Da cose ovvie e condivisibili (quale non imbrattare!!!) a cose assurde quali non mangiare panini passeggiando davanti ai monumenti (il palazzo piu' recente del centro storico ha almeno 200 anni!!!). L'unico palazzo escluso da questa ordinanza era il municipio (avendo ben poco di storico) che e' stato oggetto di una apposito provvedimento...
Se l'ordinanza fosse applicata alla lettera acquistare un panino a un banchetto in piazza Erbe o un gelato in via Mazzini (reati gravissimi e lesivi del pubblico decoro) metterebbero l'incauto acquirente nella posizione di violare l'illuminata volonta' del nostro primo cittadino (non credo che un gelato resista fino all'uscita dal centro storico :D).
Ringraziando sentitamente il nostro sindaco per aver sacrificato la vivibilita' della nostra citta' al fine superiore di un falso decoro e di una inutile vessazione del cittadino (e del turista pagante...) vi lascio con questo bellissimo pdf (gentilmente concesso da veronainforme.noblogs.org) sui divieti assurdi che imperversano nella nostra amata Verona.

Cordiali Saluti
JS

Fonti:
http://veronainforme.noblogs.org
pdf di HARDECORO
link al post originale su veronainforme

PS, dimenticavo una chicca! divieto di piccioni!!!
leggete il pdf x saperne di piu' :D

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sabato 30 maggio 2009

C'era una volta la piazza...

C’era una volta, tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal "kòsmos" che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le "polis", come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla "polis che deve il suo nome.
Centro vitale della città era l’"agorà", la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…
Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza - in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.
Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difeso.


Paolo Vanini

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martedì 24 marzo 2009

IL FEDERALISMO, i giovani e l'universita'

Segnalo perche' riguarda l'universita'

Giovedi' 26 Marzo 2009 - ore 11.00
presso la sala confernze del
Grand Hotel
Corso Porta Nuova n. 105 - Verona

Introducono gli studenti:

Elena - Giurisprudenza
Anna Chiara - Medicina
Mirco - Economia

Interviene:

Flavio Tosi
Sindaco di Verona


Relatori:

Prof. Gianmaria Battaglia
Docente area Pubblica Amministrazione, Sanita' e non profit
della Sda dell'Universita' Bocconi di Milano

Prof. Paolo Rotondo - Brovetto
Orinario di Economia delle Pubbliche Amministrazioni
dell'Universita' di Klagenfurt

Prof. Girolamo Sciullo
Docente di Diritto Amministrativo
facolta' di Giurisprudenza di Verona



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